Ho visitato per la prima volta la Miniera Mee nel 2020, insieme a Matteo DG e Marco Z. Erano due “neo” speleologi provenienti dall’ultimo corso che avevo diretto e, interessati alle cavità artificiali, si affidarono inizialmente alla mia esperienza di istruttore. In seguito, proseguirono autonomamente il loro percorso, staccandosi dal Gruppo Grotte Gallarate. A loro va una mia personale nota di merito per aver pubblicato un libro dedicato alle proprie esplorazioni, nel quale hanno raccolto anche alcune mie indicazioni e spunti di ricerca.
Pur essendo conosciuta e segnata sulle carte topografiche, la Miniera Mee non si incontra per caso. Si trova infatti in quota, lontano dai normali sentieri di passaggio verso altre destinazioni, e raggiungerla richiede una scelta precisa. Proprio questo particolare mi fece pensare, fin dalla prima visita, che al suo interno potessero essersi conservati reperti e tracce del passato poco alterati dal passaggio di escursionisti occasionali.
Una volta raggiunto l’ingresso, colpisce subito l’imponente struttura in cemento armato costruita accanto alla miniera, un tempo utilizzata come officina, cabina elettrica e sede degli uffici. Quel giorno ci accolse anche una scena curiosa: all’interno dell’edificio si era sistemato un branco di camosci.
Dopo esserci vestiti e attrezzati, entrammo in miniera attraverso una lunga galleria dalla quale fuoriescono un piccolo corso d’acqua e una corrente d’aria gelida. Si tratta di un traversobanco, cioè una galleria scavata per penetrare nella montagna e intercettare il filone aurifero. Dopo circa 100 metri, i resti dello stipite di una porta anticipano un punto in cui si aprono sei vie. Due gallerie si diramano a destra e due a sinistra, a breve distanza l’una dall’altra, mentre altre due proseguono diritte. Una conduce a un ambiente che doveva probabilmente servire da deposito per gli attrezzi; l’altra continua più a lungo e raggiunge una grande sala. Qui si trovano ancora un banco in legno e i resti di alcune attrezzature, ma l’elemento più sorprendente è un’enorme struttura rettangolare in legno, di circa 4 × 6 metri, realizzata a livello del pavimento. Su un lato corrono alcune tubature; da uno sportello laterale si intravede una scala e, al centro della struttura, si apre un vano in corrispondenza dei resti di un argano fissato al soffitto.
Matteo e Marco avevano già ispezionato la miniera e sapevamo quindi che sotto quella struttura si apriva un pozzo. Per questo avevamo portato con noi l’attrezzatura necessaria alla discesa. Dopo aver predisposto la corda per raggiungere in sicurezza il vano di accesso, mi bastò affacciarmi per capire quanto fosse eccezionale questo luogo. Non conoscevo ancora la profondità effettiva del pozzo e, guardando verso il basso, non se ne vedeva il fondo. Ciò che impressionava maggiormente era però la presenza, lungo tutta la verticale, di scale alternate a soppalchi in legno: una struttura che, personalmente, non avevo mai visto altrove. Il suo stato di conservazione rende la Miniera Mee un raro esempio di maestria artigianale applicata al lavoro minerario. Non credo siano rimaste molte strutture analoghe, né in Italia né altrove. Durante quella prima visita non riuscimmo a completare la discesa perché le corde che avevamo con noi non erano abbastanza lunghe. In seguito abbiamo potuto accertare che il pozzo raggiunge i 90 metri di profondità ed è attrezzato, lungo tutta la verticale, con scalette in ferro e soppalchi.
Le scalette in ferro sono ancora in condizioni relativamente buone, mentre alcune impalcature in legno sono ormai prossime al cedimento. Intorno ai 45 metri di profondità diversi soppalchi sono collassati, trascinando le scale sui pianerottoli inferiori e lasciandone alcune in posizione molto precaria. Negli ultimi 15-20 metri sono ancora presenti assi che coprono completamente il vano delle scale. Oggi ne vediamo solo ciò che resta, ma in origine questo vano era interamente chiuso, anche per garantire maggiore sicurezza ai minatori che lo percorrevano. A 90 metri di profondità si incontra un basamento coperto dai legni precipitati dall’alto. Potrebbe trattarsi a sua volta di un soppalco, perché sul lato una piccola porta riporta nel vano delle scale, che sembra proseguire ancora verso il basso. A circa -60 metri il pozzo intercetta una galleria orizzontale, dalla quale si diramano altri scavi sia a destra sia a sinistra. Procedendo al suo interno, sulla sinistra arriva una notevole quantità d’acqua, che abbiamo poi scoperto provenire dalla zona di una bellissima tramoggia. L’acqua percorre la galleria, viene in parte convogliata in un tubo e infine precipita a cascata nel grande pozzo da cui siamo scesi. Da questo livello in poi, quindi, la discesa diventa molto bagnata. Intorno ai -75 metri si incontrano altre due brevi gallerie, una a destra e una a sinistra, che terminano quasi subito sul fronte di scavo. Sul fondo del pozzo, infine, la quantità d’acqua è tale da rendere praticamente impossibile lavorare.
La funzione di questo grande pozzo si comprende osservando l’organizzazione dell’intero complesso. La verticale collega, infatti, la Miniera Mee con una miniera sottostante: la Miniera Molini, chiamata anche Fajot, termine che nel dialetto ossolano significa “miniera dei faggi”. La Molini-Fajot costituisce a tutti gli effetti un ribasso della Mee. Si trova in località Molini, dove un tempo esisteva un importante insediamento minerario composto da edifici e caseggiati. Oggi gran parte delle strutture versa in forte stato di abbandono, mentre alcuni fabbricati vengono ancora utilizzati dai contadini come stalle per le mucche durante il periodo estivo.
Un aspetto particolarmente interessante di questo insediamento è che, nonostante la quota di circa 1450 metri, i minatori vi lavoravano durante tutto l’anno, anche in inverno, quando la neve era molto più abbondante di oggi. Entrando dalla Miniera Fajot, posta a circa 1465 metri, potevano raggiungere i luoghi di scavo senza esporsi alle condizioni meteorologiche esterne, superando circa 160 metri di dislivello interamente al coperto. Anche il materiale estratto veniva infine trasportato verso il basso e fatto uscire dalla Fajot.
Tornando alla galleria che interseca il grande pozzo a -60 metri, è molto probabile che in passato esistesse anche qui una zona di sosta dotata di soppalco. Da questo punto dovevano essere caricati e calati i materiali provenienti dalle tramogge presenti nelle gallerie circostanti.
Osservare questi ambienti permette di comprendere quanto fosse intenso e complesso il lavoro dei minatori. Il loro compito non consisteva soltanto nello scavare: per avanzare in profondità e lavorare in sicurezza dovevano anche movimentare, trasportare e sostenere grandi quantità di materiale. Per questo erano spesso anche abilissimi falegnami. All’interno della miniera se ne trovano numerose testimonianze: tramogge, fornelli, gallerie rinforzate con travi e impressionanti accumuli di materiale inerte e sterile sistemato sopra la testa, sostenuto da tronchi incrociati. Alcune soluzioni di carpenteria sono particolarmente ingegnose, perché le stesse strutture utilizzate come sostegno fungono anche da scale.


Finora mi sono soffermato soprattutto sul grande “pozzone” e sulle gallerie poste a -60 metri, ma la Miniera Mee nasconde molto altro. Al di sopra di questi livelli esistono infatti altre gallerie, alcune delle quali non sono ancora state esplorate a causa della pericolosità degli accessi, oggi molto deteriorati. In una delle due gallerie di sinistra, entrando dall’ingresso principale, si trova un altro pozzo. A differenza del P.90, che scende quasi perfettamente in verticale, questo segue il filone con un’inclinazione di circa 60-70 gradi. Lo abbiamo percorso fino a raggiungere un primo livello, dal quale partono gallerie sia a destra sia a sinistra. Il pozzo continua verso livelli inferiori, ma la presenza di molto materiale instabile rende la prosecuzione rischiosa. È probabile che, più in profondità, questo sistema si colleghi con la galleria già descritta a -60 metri. Su questo livello si conservano inoltre alcuni nomi incisi o scritti sulle pareti: una piccola testimonianza lasciata dai minatori che vi lavorarono.
Nella galleria opposta, invece, l’elemento più curioso è la presenza di vegetazione nonostante la totale assenza di luce. Dai travi si sviluppa una fitta e rigogliosa ramificazione. Non sappiamo di che cosa si tratti, ma potrebbe essere un fenomeno interessante da sottoporre all’attenzione di botanici o altri esperti.
Circa 60 metri più in alto rispetto alla Miniera Mee si apre l’ingresso della Miniera Me, molto più antica e risalente alla fine dell’Ottocento. Anche queste due miniere sono collegate. Abbiamo verificato il collegamento scendendo con la corda lungo un pozzo-camino con scale, simile a quello mostrato in foto, fino a ritrovarci nella Mee in corrispondenza di una risorgenza attiva, dove l’acqua sgorga direttamente dalla roccia. Per raggiungere invece questo punto dalla Miniera Mee bisogna imboccare la prima galleria a destra lungo il tratto d’ingresso. Qui si incontra dapprima una pozza poco profonda e, poco oltre, una seconda pozza molto più profonda, caratterizzata da acqua limpida e suggestiva, che abbiamo chiamato “Blue Hole”. Una stretta cengia permette di aggirarla. Più avanti si procede a lungo nel fango, seguendo l’acqua che alimenta il Blue Hole. Dopo una curva e una controcurva ben marcate, la galleria intercetta due pozzi discendenti, una tramoggia, il camino di collegamento con la Miniera Me e infine lo zampillo d’acqua che esce dalla roccia con un getto simile a quello di un rubinetto.

Un altro dettaglio sorprendente si incontra nella seconda galleria sulla sinistra, quella in cui si trovano il pozzo inclinato e le scritte lasciate dai minatori. Proseguendo si arriva a una zona franata; superando il cono detritico, prima risalendolo e poi ridiscendendolo, la galleria riprende e continua quasi rettilinea per circa 700-750 metri. Lungo questo tratto si aprono, sulla sinistra, diverse diramazioni con scavi che salgono seguendo il filone. Più avanti si raggiunge un bivio a forma di Y: il ramo di destra prosegue allagato fino al fronte di scavo, mentre quello di sinistra è attraversato da una corrente d’aria molto forte e ben percepibile. La galleria di sinistra, accanto a quella allagata, è stata percorsa fino al punto in cui inizia a svilupparsi in verticale. Qui la sezione della galleria era stata divisa in due mediante strutture di legno: un lato era riservato alle scale di servizio, l’altro alla movimentazione del materiale aurifero. L’acqua, ha fatto marcire nel tempo il legname e le scale. Per questo il tratto che con ogni probabilità conduce all’ingresso del Mottone non è stato percorso, a causa della sua elevata pericolosità.

Proprio questa corrente d’aria è un indizio importante che conferma il collegamento della Miniera Mee con un accesso posto più in alto, nell’area delle miniere del Mottone. L’intero complesso minerario si svilupperebbe quindi su circa 400-450 metri di dislivello, percorribili quasi interamente in galleria: un’estensione davvero notevole.
Nelle cavità naturali (grotte) scavate dall’acqua, la circolazione dell’aria dipende dalle differenze di quota tra gli ingressi, dalle temperature e dalla pressione atmosferica, e l’aria può cambiare direzione con le stagioni. I minatori hanno sfruttato questo fenomeno naturale per favorire il ricambio d’aria nelle gallerie; i cosiddetti pozzi di aerazione servivano proprio a questo. In estate l’aria può muoversi in una direzione e in inverno in quella opposta, mentre nelle stagioni intermedie possono verificarsi fasi neutre o inversioni anche tra il giorno e la notte. Le nostre esplorazioni della Miniera Mee si sono svolte in estate. In quel periodo, all’ingresso fuoriesce aria fredda proveniente dalle miniere Me e Mottone. Questo flusso si mantiene fino alle prime gallerie di destra e di sinistra, corrispondenti al primo filone aurifero scavato verso l’alto. In corrispondenza delle seconde gallerie laterali, legate al secondo filone aurifero, la situazione cambia: l’aria viene richiamata dal grande pozzo principale e dal pozzo inclinato e convogliata verso il basso, in direzione della Miniera Molini-Fajot.












