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La
grotta, scoperta
all’inizio del 1992 dalla Federazione Speleologica Varesina, si
colloca, per la sua profondità e complessità morfologica, al primo
posto tra le cavità della intera Provincia di Varese. Essa si apre sul
versante Sud del Monte Campo dei Fiori
a 1115 m s.l.m. , appena al di sotto della ex strada militare che
dal cancello della Cittadella delle Scienze porta al Forte di Orino. Il
suo percorso principale, considerato lungo lo sviluppo verticale, si può
suddividere in quattro distinte parti, differenziate dal diverso
litotipo attraversato, dalla frequenza e dimensione degli eventi
tettonici che l’hanno generata e, conseguentemente, dalla situazione
strutturale lungo il suo percorso, nonché dall’approfondimento
crescente degli ambienti formanti l’ipogeo.
La
prima di tali parti, compresa tra l’ingresso (tuttora di modeste
dimensioni) e quota – 200 m circa, si sviluppa nel “Calcare
Selcifero Lombardo” con direzione media NNW-SSE e costituisce il
tratto più angusto e tormentato della grotta, i cui primi 40 m
consistono in uno stretto e tortuoso cunicolo scavato dall’acqua in
condizioni vadose, lungo piccole fratture e discontinuità
stratigrafiche del calcare.
Tale
breve tratto iniziale (che già nel gennaio 1992 rendeva comunque
catastabile la cavità, alla quale era stato provvisoriamente dato il
nome di “Grotta delle Lame”) è stato aperto in modo artificiale ,
in mesi di faticosissimi lavori , allargando numerose e successive
fessure che interrompevano la progressione dopo ogni vano o cunicolo
incontrato.
In
seguito alle successive esplorazioni, la Grotta delle Lame è stata
ribattezzata “Grotta G.V. Schiaparelli”, in onore del grande
astronomo lombardo e della omonima Società, operante dal 1953 sul Monte
Campo dei Fiori e che gestisce l’Osservatorio Astronomico
che sorge sopra il grande ipogeo. A valle di una prima verticale
di circa 12 m (entro un vano fusiforme, le cui diramazioni in risalita
collegano in modo impercorribile con una piccola cavità a pozzo ubicata
una decina di metri sopra la ex strada militare) e dopo brevi strettoie
separate da piccole balze (entro cui compare una piccola venuta
d’acqua perenne), il condotto cunicolare sfocia in una interessante
saletta di origine tettonica (Sala della Faglia, a -50 m di profondità
dall’ingresso), a sezione subtriangolare, occupata per buona parte da
un notevole deposito detritico proveniente dal camino sommitale della
discontinuità generatrice del vano. La saletta è impostata su una
piccola ma ben evidente faglia ad andamento NW-SE, con asse inclinato di
circa 70°, sulla cui prosecuzione si sviluppa una diramazione
secondaria caratterizzata da una sala e due alti camini, presto
impercorribili per il progressivo restringimento della sezione ed il suo
parziale riempimento.
Il
ramo principale si origina invece dall’approfondimento della faglia
stessa, che risulta successivamente intersecata e disassata in più
punti da fratture secondarie che hanno formato piccoli pozzetti e vani
di crollo tappezzati da clasti eterometrici spigolosi e instabili.
Lungo
il disagevole percorso, ove le testate degli strati rocciosi sono
evidenziate dalla fatturazione e dal dilavamento, si osservano esemplari
di fossili (crinoidi, bivalvi, ammoniti e subordinati, coralli,
brachiopodi e gasteropodi).
A
circa -80 m di profondità dall’ingresso si incontra una sala,
caratterizzata da uno scivolo armato di 6 m (sotto il quale riappare il
debole scorrimento idrico che alimenta due piccole pozze) e da un camino
che ricollega, verso monte , con la già descritta diramazione
secondaria dalla Sala della Faglia. La prosecuzione verso valle avviene
passando sopra un grosso masso fatto appositamente crollare per la messa
in sicurezza della progressione, che per lungo tempo è avvenuta
obbligatoriamente strisciando sotto
il pietrone medesimo. A quota
–100 m l’incrocio con una frattura NNW-SSE determina il
“Quadrivio” le cui due diramazioni più ad Ovest hanno un limitato
sviluppo (Una, verso monte, incontra strettoie impercorribili dopo una
ventina di metri, mentre la seconda, verso valle , inghiotte l’acqua
proveniente dai due rami a monte, ma diviene impercorribile in uno
stretto laminatoio). La prosecuzione verso SSE è invece costituita da
uno pseudomeandro, lungo una sessantina di metri con pareti verticali
molto alte, largo in media 70-80 cm. I fianchi della diaclasi sono
irregolari, in parte ricoperti da argille plastiche che qua e là
nascondono piccoli depositi di clasti eterogenei di dimensioni
centimetriche, arrotondati e parzialmente orientati, in parte
“puliti” da veli d’acqua che mettono in evidenza lamine di selce
nerastra molto alterata e friabile.
Un
brusco cambio di direzione, verso W, e di pendenza, prelude ad un
angusto e stretto passaggio orizzontale, costantemente bagnato da
piccole polle d’acqua di
ristagno alimentate dallo stillicidio. (strettoia “Puciowski” ).
Segue
quindi un lungo scivolo di interstrato (il “Toboga”) con pendenza
costante (35°-40°) dove, sugli strati a tetto, sono conservati rostri
di belemnite silicizzati. Un vano a sezione più ampia ( “Sala del
Gasteropode” ) sormontato da un camino che sversa uno stillicidio
presente anche in condizioni molto siccitose, e caratterizzato da
plastici d’argilla e clasti eterometrici di crollo, presenta una
depressione sul pavimento che conduce a tre successive verticali di
circa 5 m ciascuna, a sezioni semicircolari ellittiche, formatesi per
erosione inversa lungo la discontinuità.
Dalla
base dell’ultimo salto, una stretta e sinuosa diaclasi ad asse
inclinato, porta ad un terrazzino sospeso che si affaccia su una
verticale di circa 14 m impostata su evidente faglia con andamento
NNW-SSE. Dalla sommità dell’anzidetta faglia, in direzione NNW,
uno stretto ed impercorribile cunicolo “L’idrante”, a
seguito di eccezionali precipitazioni , convoglia una notevole portata
d’acqua (buona parte proveniente dalla diramazione attiva del
“Quadrivio” di cui si è già detto) che innesca una forte cascata.
La
galleria originata dalla frattura in oggetto costituisce il tratto
terminale della prima parte della grotta e ne rappresenta
anche uno dei rari percorsi di dimensione relativamente ampia.
Essa raggiunge la quota di -200 m rispetto all’ingresso e si spalanca
su un bellissimo pozzo a gradoni (“Scala Celeste”) per un dislivello
totale di 53 m. L’attività idrologica di tale prima parte della cavità
è assai limitata in condizioni meteorologiche
esterne siccitose, costituendosi di stillicidi che alimentano piccole
pozze sparse.
Viceversa,
a seguito di precipitazioni, si attivano sversamenti da fessure della
roccia e da alcuni camini, alimentando un rivo la cui presenza non è
peraltro continua in quanto l’acqua viene talvolta catturata dal
detrito, per ricomparire più a valle (segnatamente assorbita al
“Quadrivio”, per ricomparire, come già accennato, dal cunicolo alto
della galleria che precede la “Scala Celeste”). Quivi
ricomparso, il ruscellamento si getta a cascatella nella grande
verticale intralciando gravemente, o rendendo impraticabile la
progressione. Per ovviare a tale inconveniente si è applicato in modo
provvisorio alle pareti del primo pozzo della “Scala Celeste” un
tubo di plastica del diametro 10 cm che trasferisce l’acqua dal
percorso di transito alla parete laterale.
In
condizioni di pluviometria molto elevata, lo scorrimento idrico è già
sensibile alla prima verticale dopo l’ingresso ed aumenta sempre più
per le immissioni laterali per divenire imponente al “Quadrivio”,
oltre il quale la progressione è ancora consentita grazie
all’assorbimento dell’intera portata da parte della diramazione
impercorribile più ad Ovest. Tuttavia non è possibile raggiungere la
“Scala Celeste” per il ricomparire del flusso idrico, come già
descritto, ciò che rende definitivamente intransitabile il successivo
percorso.
Il
secondo tratto di grotta inizia
con l’anzidetta verticalizzazione su pozzo a gradoni (22+9+5+17 m) ed
il passaggio litologico dal “Calcare
Selcifero Lombardo” alla sottostante “Dolomia a Conchodon” che si
compie circa 3 metri sotto l’orlo della prima balza.
Negli
strati basali del calcare sono presenti due importanti livelli
fossiliferi nettamente distinti. Quello superiore stratigraficamente ha
uno spessore assai limitato (10 cm circa) appare di colore
rossastro-ocraceo e ad una osservazione macroscopica sembra composto
quasi esclusivamente da ammoniti del genere Arietites. Quello inferiore,
più potente (30-40 cm circa), contenuto in un pacco di strati calcarei
di transizione di colore grigio-azzurrastro, in apparente concordanza
stratigrafica con la dolomia sottostante, è composto da una fauna mista
a brachiopodi, crinoidi, coralli e ammoniti. Da qui la morfologia della
grotta cambia drasticamente; le pareti del pozzo presentano colore da
bianco grigiastro leggermente azzurrato, al bianco nocciola anche
intenso, e sono formate da potenti bancate di dolomia poco
distinguibili, intensamente fratturate e cementate da calcite traslucida
abbastanza pura che sporge dalla massa rocciosa con un fitto reticolo di
lamine e fogliettature taglienti. Le sezioni orizzontali delle prime tre
balze sono ellittiche, allungate nel senso della frattura e, in
profondità, con pareti che si allontanano leggermente a “campana”.
L’ultima
balza, attraverso due distinte vie e finestre , si affaccia su un salone
semicircolare di grandi dimensioni (m 30x50 circa) che
è stato dedicato a Galileo Galilei e la cui genesi è
ricollegabile all’incontro di una serie di faglie (N-S, N 70°, E-W ,
NNE-SSW) con numerose dislocazioni minori, ravvicinate ed aventi diverse
direzioni
Queste
convogliano in un unico punto più vene d’acqua che hanno innescato
nel litotipo dolomitico una serie di fenomeni clastici e dissolutivi
favoriti dalla sua intensa e minuta fatturazione, provocando il
progressivo approfondimento del pavimento, ora cosparso e celato dal
grande caos di blocchi. L’asse maggiore del “Salone Galileo”
è approssimativamente orientato NE-SW; sul lato a monte, in
direzione NE, si stacca una grande via fossile con molti scavernamenti
laterali alla base della parete N, semicolmati da materiale sciolto
argilloso-marnoso deposto in tappeti e cumuli irregolari, parzialmente
coperti da leggere croste concrezionate.
La
base del salone (più volte usato come campo di pernottamento intermedio
durante le spedizioni al fondo) si trova a circa -250 m rispetto
all’ingresso, rappresenta il limite inferiore della seconda parte
della grotta e riceve, da una cengia posta circa 14 m più in alto nel
lato E del salone, una cascatella che si riduce a stillicidio in periodi
molto siccitosi (“Cascata Inferno”).
Essa,
attraverso puntuali osservazioni su perdite di acqua potabile, notate
nel febbraio 1994, attraverso la Grotta di Cima Paradiso, ha segnalato,
fin da allora, il collegamento esistente tra le due grandi cavità. Da
quei tempi, ciò ha indotto a cercare attraverso risalite i collegamenti
verso la Grotta di Cima Paradiso ed altre grotte vicine, potenzialmente
rappresentanti un unico grande complesso : una arrampicata in
artificiale ha portato a raggiungere la cengia sversante acqua, ma
purtroppo la via trovata è poi risultata bloccata su strettoie
attraversate dal rivo e da una sensibile corrente d’aria. Ulteriori
risalite effettuate dal salone Galileo hanno sempre portato a passaggi
impercorribili. Sul lato NE del Salone Galileo si apre la “Galleria
del Faglione” , impostata lungo faglia
NNE-SSW conducente alla base di un grosso camino , risalito nel dicembre
2004 , per il quale si rimanda alla trattazione a parte per
l’importantissimo ritrovamento della via di collegamento con la grotta
“Via Col Vento”.
Viceversa,
sul lato sinistro, superato un riempimento di argilla, si entra in una
ampia galleria, caratterizzata dalla presenza, sul pavimento, di
innumerevoli piccole ossa e crani di pipistrelli. Da lì
tutte le possibili prosecuzioni verso N sono occluse da imponenti
riempimenti di argilla, mentre verso S un laminatoio molto basso (1 m circa), ma largo anche
oltre 20 m, si dirige (chiudendo in modo impraticabile) verso il
“Salone Galileo” .
La
terza parte della grotta ha inizio da una evidente frattura verticale
che si apre nella parete di fondo del Salone Galileo, in prossimità della “Cascata
Inferno”. La via in effetti retrocede lungo un percorso che
contorna il lato S del salone, il quale si approfondisce ancora sotto il
caos di blocchi, e si presenta riccamente
concrezionata con bianchi crostoni parietali associati ad abbondanti
stalattiti e stalagmiti (“Via Lattea”).
Tale
ramo , attraverso frane e laminatoi , ricollega in più punti con il
salone ed una di queste connessioni, attraverso un passaggio tra i
massi, viene attualmente
preferita per la progressione più agevole e breve. Entrambe portano ad
un secondo salone di crollo, caratterizzato da blocchi molto
frantumabili e dalla presenza abbondante di marne verdastre ,
ulteriormente ricollegante col “Salone Galileo”
attraverso un finestrone a circa 10 metri di altezza seguito da
un passaggio sotto grossi massi.
La
prosecuzione verso valle avveniva, fino al 1997, attraverso la via
attiva , lungo uno stretto e disagevole passaggio fra massi instabili
(“Aquafresh”), irrorati dallo sfrangiarsi dell’acqua.
Poi,
per la continuativa erosione dell’acqua , si è verificato un crollo
che ha reso più pericoloso il transito.
Ciò
ha spinto i gruppi FSV a trovare, attraverso mesi di disostruzione tra
le frane SUD di questo salone, una via alternativa all’asciutto molto
più sicura.
Il
pesante lavoro è stato coronato da successo con l’apertura di un
“By-Pass” che collega il Secondo Salone con il ramo attivo, in
corrispondenza della “Concrezione Rierosa” (stupenda concrezione
parietale alta circa 3 m, parzialmente rierosa e con la base ridisciolta
dal rivo perenne proveniente da Aquafresh).
La
tipica sezione trasversale della galleria successiva attesta il
meccanismo classico di evoluzione a pelo libero di un tubo freatico che
ha subito nel tempo una riduzione di portata, con la parte alta
arrotondata e ricca di scallops.
Questa,
approfondendosi, forma sul lato a monte una cengia sospesa sopra una
stretta incisione verticale a “V” , gamba vadosa entro la quale
scorre il ruscello che meandrizza poi verso W fino a due grandi sale
(“Sala del Tè” e “Sala Verde”) separate da un possente
diaframma roccioso che le lascia in comunicazione sia a N che a S.
Entrambi
i vani presentano copiosi depositi marnosi verdastri e grigiastri e la
roccia ha un colore grigio biancastro o nocciola chiaro a
stratificazione non sempre distinguibile intercalata da giunti marnosi
verdastri e verde scuro. La fatturazione è notevole e presenta
superfici molto lisciate e lunghe striature biancastre di scorrimento,
unitamente a bande milonitizzate e fogliette che testimoniano
l’intensa “macinatura” tettonica subita dalla roccia
(probabilmente “Dolomia del Campo dei Fiori”). Nella “Sala
Verde” , in particolare, i depositi di materiali clastici autoctoni
formano un grande accumulo di frana inclinato e instabile. Oltre le sale
l’andamento ritorna zigzagante, scendendo con inclinazione abbastanza
costante (25°-30° circa), in apparente accordo con la pendenza media
degli strati, lungo una stretta incisione parzialmente meandrizzata, ove
per brevi tratti si segue il ruscello, altrimenti approfonditosi in
percorsi stretti e intransitabili. La direzione media di tale zona
(“Canale di Marte”) si mantiene intorno a S-SE.
Alla
profondità di circa -350/-360 m si presentano due pozzetti circolari
(“Acquario” e “Pozzo Biforo” ) : alla base del secondo, profondo
circa 10 m, si innesta dal versante destro un ramo laterale (“Ramo
Ovest del Biforo”).
Diverse
vie fossili si intersecano in questa zona, consentendo di by-passare i
percorsi attivi sopradescritti reticolandone anche i tratti, nonché di
evitare gli stessi due pozzetti.
Il
già citato “Ramo Ovest del Biforo” è attivo e meandrizzante, dopo
alcune strettoie e risalite (di cui alcune armate), incontrando
cascatelle e piccole sale, nonché due sale di crollo,termina ad una
frana (“Vento Perso”) attraversata dall’acqua e da corrente
d’aria verso bocca calda, che costituisce il presente limite
esplorativo di tale diramazione.
Invece,
a valle del “Pozzo Biforo” e della confluenza dei due rivi,
l’acqua scompare in una strettoia intransitabile per poi ricomparire
a valle di un percorso aggirante (attraverso vani fossili
cosparsi di veli argillosi e fragili massi alterati e instabili) più
alto.
In
uno di questi vani fossili si innesta una diramazione secondaria “Ramo
del Piedone”,idrologicamente attiva di discrete dimensioni,attualmente
bloccata da frana con sensibile giro d’aria verso bocca calda.
Successivamente
il percorso si fa più ampio e “pulito” per l’erosione ed il
dilavamento dell’acqua che si segue quasi costantemente, comprendente
anche un critico passaggio angusto e allagato (“Bocche di Bonifacio”)
evitabile transitando per una sopraelevata strettoia, aperta
artificialmente, cui segue un’altra strettoia asciutta (“Bocca di
Magra”) ed un cunicolo che sfocia su un terrazzino sospeso su una
bella pozza contornata da concrezioni (“Balcone al Lago”). In questa
zona si evidenziano notevoli e profonde marmitte, alcune sfondate e
coalescenti, mentre tratti della volta sono cosparsi di scallops e
marmitte inverse, anche di significative dimensioni. Da tempo queste
parti attive non vengono più percorse, per il ritrovamento di una
notevole galleria tettonica fossile con depositi di argille, che le
supera dall’alto (“Galleria
del Vetraio”), ove, in corrispondenza di un idoneo allargamento, è
stato allestito un campo (a circa -400 m), molto utile per le
esplorazioni in profondità. Il ricongiungimento tra le due vie
descritte avviene immediatamente a monte della “Curva Ghiotto” ,
riconoscibile per la presenza di tane scavate nel sedimento, con
rimasugli di pasto.
In
corrispondenza della curva si innesta il “Ramo Ferroso”, meandro di
modeste dimensioni con evidenti morfologie freatico-vadose che, dopo una
sessantina di metri, termina in fessure impercorribili.
Alcune decine di metri dopo la “Curva Ghirotto”, superate due
belle marmitte attive, si apre la “Sala Belvedere”, ricca di
concrezioni stalattitiche variamente colorate e colate mammellonati,
vaschette tappezzate di piccoli cristalli di calcite e minuscole
eccentriche, il tutto generato da veli d’acqua che fuoriescono da
giunti di strato e da una stretta ed alta frattura laterale.. A valle il
meandro prosegue approfondendosi con regolarità e percorso meno
tortuoso, in un tratto si è conservato l’originario laminatoio
d’interstrato a soffitto piatto fortemente lavorato dall’acqua,
mentre i fianchi conservano le tracce dei vari livelli di erosione ed il
fondo mostra l’incisione stretta e profonda del deflusso vadoso.
In
questa parte di grotta si rileva spesso la sovrapposizione alla
“giovane” via attiva (di modeste dimensioni ed andamento
meandreggiante) della più vecchia via fossile, di grandi dimensioni,
alterata dai fenomeni di crollo.
In
uno dei punti di collegamento tra le due vie è presente una grande
colata rossastra che ha completamente ricoperto uno sperone roccioso,
conferendogli l’aspetto di una medusa.
Sul
soffitto della via fossile sono visibili magnifici livelli fossiliferi
composti da Conchodon e Pecten.
Le
due vie confluiscono (per un breve tratto) poco prima di un pozzo di 4 m
discendibile in libera (“Pozzo del
Conchodon”) , seguito a breve distanza da un secondo pozzo di 5
m, prima del quale la
soprastante e separata galleria fossile termina in frana.
Il
terzo tratto della grotta termina in una grossa frana di massi ed
argilla che inghiotte l’acqua tra il detrito di fondo e che ha fermato
per quasi due anni la progressione, ottenuta infine attraverso un
faticoso e penoso lavoro di disostruzione che ha permesso di aprire uno stretto e tortuoso passaggio tra i massi instabili. Due
modesti affluenti entrano nella via attiva poco prima della frana
attraverso una finestra ed un’adiacente camino. La portata totale di
magra del rivo inghiottito tra i sassi non scende sotto 2 l/sec circa,
neppure dopo lunghi periodi siccitosi invernali.
La
quarta ed ultima parte della grotta inizia da un’angusta via fossile
(“Meandro dei Magi”) in quanto la via attiva si è persa sul fondo
della frana, impraticabilmente. Percorsa qualche decina di metri, il
meandro può essere anche risalito, raggiungendo un’ ampia galleria
fossile, la quale però risulta bloccata a monte da frana e pertanto il
passaggio attraverso la disostruzione anzidetta risulta tuttora
l’unico percorso possibile. Verso valle invece, sia la stretta e
sinuosa diaclasi meandreggiante, sia la sua ampia via fossile
soprastante, sbucano nella “Sala Cinquecento” che si trova a circa
-500 m di profondità rispetto all’ingresso. Successivamente parte un
grande meandro fossile in
costante pendenza,(“Galleria del Mango”, così chiamata per la
presenza di una grande concrezione a forma del frutto) cosparso di
grandi massi di crollo ricoperti di argille plastiche e crostoni
concezionali, fino ad un brusco cambio di direzione ed una piccola
verticale seguita da un meandro semiallagato a forma sub triangolare. La
verticale ed il successivo meandro sono evitabili con un traverso in
parete che porta ad intercettare il medesimo ramo attivo poco più a
valle nella sala “Bocca di Nettuno”.
Da questa sala parte un breve e stretto ramo inferiore terminante
su sifone da cui proviene un rivolo perenne con portata di magra non
inferiore a 0,5 l/sec anche dopo lunghi periodi siccitosi. Da qui il
percorso si sviluppa quasi sempre attraverso due vie, una alta, fossile
e di dimensioni talvolta notevoli, ed una inferiore, attiva, non sempre
sovrapposte tra loro ma comunque in comunicazione in più punti. La via
attiva alterna parti fortemente incise e meandrizzanti, ricche di
scallops e grandi marmitte di erosione, con parti ampie e
subpianeggianti dove risaltano numerose bellissime colate parietali di
calcite bianchissima , associate a colonne, drappi di stalattiti e
stalagmiti (vedi foto “Bocca di Squalo” e “Simbolo”),
eccentriche (i “Cavatappi”). Soventemente queste concrezioni
risultano allineate lungo
le numerose fratture che interessano pareti e soffitti dalle quali
percola un continuo stillicidio.
La
via fossile è spesso molto ampia, con tetto di strato e pavimento
composto da grossi massi di crollo,
presenta percorsi esposti e molto scivolosi per imponenti
sedimenti di argilla
plastica.
Un
successivo By-pass alto (passando in ambienti stretti tra incantevoli
concrezioni,dopo una verticale armata) permette di evitare un altro
meandro semi allagato.
Le
successive gallerie sono molto concrezionate, dopo una verticale di 2 m
ed il successivo laghetto, una diramazione a sinistra permette di
raggiungere la bellissima “Sala Bianca”.
Dopo
un continuo alternarsi di percorsi N-S e W-E con altrettanti cambi di
morfologia si giunge all’ennesimo By-Pass su via fossile che, dopo una
finestra ed una piccola verticale,
conduce alla “Sala delle Finestre”.
Qui
si incontra di nuovo la via attiva, ed un’altra modesta venuta
d’acqua da una delle finestre a circa 3m di altezza.
Un
lungo meandro caratterizzato da parte sommatale di origine freatica e
successiva gamba di approfondimento a regime vadosa alta mediamente
oltre 10 m, si affaccia ad un bel pozzo a cascata, profondo 13 m circa,
attraverso il quale il corso d’acqua precipita, sfrangiandosi, dentro
una sala di discrete dimensioni sovrastata da un alto e grande camino
che sembra celare la connessione con una galleria soprastante.
La
stessa sala risale verso
l’alto sul lato opposto rispetto al pozzo, in forte pendenza tra
grossi blocchi rocciosi di frana e argilla, mentre la prosecuzione verso
il basso procede sotto la
frana (che si aggira nel primo tratto a destra). Una piccola verticale
immette nella “Sala dei Calanchi” ricca di magnifici depositi di
sabbia rierosa che evidenzia la stratigrafia di sedimentazione. Anche in
questa sezione si rileva un percorso fossile soprastante, con estesi
fenomeni di crollo ed una via attiva nella quale sono presenti concrezioni eccentriche “Stalagmiti
Eccentriche”. Il tutto termina nelle sale “FSV” che sono ricoperte
di sabbia finissima, testimone di trascorsi allagamenti, ove la galleria
immerge in laminatoio e frana di massi fittamente fratturati e instabili
che inghiottono l’acqua e dalle quali filtra una forte corrente
d’aria che segnala una prosecuzione ancora inesplorata. Solo pochi
“audaci” hanno tentato di avventurarsi sotto questo “caos
instabile” giungendone quasi al termine, ma senza poter muovere nulla,
per non restare imprigionati irrimediabilmente sotto un imponente
crollo.
La
meteorologia della cavità, massimo ipogeo del Monte Campo dei Fiori è
trattata a parte, unitamente a quella delle grotte insistenti sulla
medesima area. Dal punto di vista geologico, le formazioni attraversate
dall’evento carsico sono tre. Il “Calcare Selcifero Lombardo”
(Calcare di Moltrasio) che si rinviene dall’ingresso fino alla
profondità di circa -200 m, formazione liassica (Giurassico Inf.),
nella quale si susseguono strati a spessore irregolare, da centimetraci
a decimetrici, contenenti noduli, lenti o liste di selce nerastra che
percentualmente può raggiungere anche il 20-30% dell’intera roccia,
associata anche a lamine di ricristallizzazione calcitica e noduli di
ossidi ferrosi (nicchie limonitiche). Il contenuto paleontologico mostra
la presenza soprattutto di crinoidi e bivalvi diffusi nel calcare con
discreta regolarità ed una subordinata fauna ammonitica in strati
marker e livelli preferenziali.
I
successivi tratti di grotta, da -200 m fino al fondo, si articolano
dentro la “Dolomia a Conchodon”, superiormente, e la “Dolomia del Campo dei Fiori”,
inferiormente, formazioni rocciose entrambe retiche, differenziate
principalmente dalla stratificazione, massiccia per la prima e più
fittamente e variamente suddivisa per la seconda. Inoltre la “Dolomia
a Conchodon” è formata da calcari puri fossiliferi, con colori dal
bianco, al verde, al rosa, al nocciola, mentre la “Dolomia del Campo
dei Fiori” , pur conservando un buon contenuto fossilifero varia
stratigraficamente e percentualmente da Dolomia Calcarea a Calcare
Dolomitico.
La
sua colorazione ha una gamma di tonalità meno ampia, variando dal
grigio al nocciola molto chiaro, alternata da giunti marnosi verdastri,
bluastri o giallastri.
Giugno
2005
Rascellà
Edoardo , Rivolta Gian Paolo , Sainaghi Riccardo
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