Il Gruppo Speleologico di Gallarate è attivo dal 1983 e fa parte della Federazione Speleologica Lombarda.

Grotta Schiaparelli – Descrizione tecnica

La grotta,  scoperta all’inizio del 1992 dalla Federazione Speleologica Varesina, si colloca, per la sua profondità e complessità morfologica, al primo posto tra le cavità della intera Provincia di Varese. Essa si apre sul versante Sud del Monte Campo dei Fiori a 1115 m s.l.m. , appena al di sotto della ex strada militare che dal cancello della Cittadella delle Scienze porta al Forte di Orino. Il suo percorso principale, considerato lungo lo sviluppo verticale, si può suddividere in quattro distinte parti, differenziate dal diverso litotipo attraversato, dalla frequenza e dimensione degli eventi tettonici che l’hanno generata e, conseguentemente, dalla situazione strutturale lungo il suo percorso, nonché dall’approfondimento crescente degli ambienti formanti l’ipogeo.

La prima di tali parti, compresa tra l’ingresso (tuttora di modeste dimensioni) e quota – 200 m circa, si sviluppa nel “Calcare Selcifero Lombardo” con direzione media NNW-SSE e costituisce il tratto più angusto e tormentato della grotta, i cui primi 40 m consistono in uno stretto e tortuoso cunicolo scavato dall’acqua in condizioni vadose, lungo piccole fratture e discontinuità stratigrafiche del calcare.

Tale breve tratto iniziale (che già nel gennaio 1992 rendeva comunque catastabile la cavità, alla quale era stato provvisoriamente dato il nome di “Grotta delle Lame”) è stato aperto in modo artificiale , in mesi di faticosissimi lavori , allargando numerose e successive fessure che interrompevano la progressione dopo ogni vano o cunicolo incontrato.

In seguito alle successive esplorazioni, la Grotta delle Lame è stata ribattezzata “Grotta G.V. Schiaparelli”, in onore del grande astronomo lombardo e della omonima Società, operante dal 1953 sul Monte Campo dei Fiori e che gestisce l’Osservatorio Astronomico  che sorge sopra il grande ipogeo. A valle di una prima verticale di circa 12 m (entro un vano fusiforme, le cui diramazioni in risalita collegano in modo impercorribile con una piccola cavità a pozzo ubicata una decina di metri sopra la ex strada militare) e dopo brevi strettoie separate da piccole balze (entro cui compare una piccola venuta d’acqua perenne), il condotto cunicolare sfocia in una interessante saletta di origine tettonica (Sala della Faglia, a -50 m di profondità dall’ingresso), a sezione subtriangolare, occupata per buona parte da un notevole deposito detritico proveniente dal camino sommitale della discontinuità generatrice del vano. La saletta è impostata su una piccola ma ben evidente faglia ad andamento NW-SE, con asse inclinato di circa 70°, sulla cui prosecuzione si sviluppa una diramazione secondaria caratterizzata da una sala e due alti camini, presto impercorribili per il progressivo restringimento della sezione ed il suo parziale riempimento.

Il ramo principale si origina invece dall’approfondimento della faglia stessa, che risulta successivamente intersecata e disassata in più punti da fratture secondarie che hanno formato piccoli pozzetti e vani di crollo tappezzati da clasti eterometrici spigolosi e instabili.

Lungo il disagevole percorso, ove le testate degli strati rocciosi sono evidenziate dalla fatturazione e dal dilavamento, si osservano esemplari di fossili (crinoidi, bivalvi, ammoniti e subordinati, coralli, brachiopodi e gasteropodi).

A circa -80 m di profondità dall’ingresso si incontra una sala, caratterizzata da uno scivolo armato di 6 m (sotto il quale riappare il debole scorrimento idrico che alimenta due piccole pozze) e da un camino che ricollega, verso monte , con la già descritta diramazione secondaria dalla Sala della Faglia. La prosecuzione verso valle avviene passando sopra un grosso masso fatto appositamente crollare per la messa in sicurezza della progressione, che per lungo tempo è avvenuta obbligatoriamente strisciando sotto  il pietrone medesimo. A quota  –100 m l’incrocio con una frattura NNW-SSE determina il “Quadrivio” le cui due diramazioni più ad Ovest hanno un limitato sviluppo (Una, verso monte, incontra strettoie impercorribili dopo una ventina di metri, mentre la seconda, verso valle , inghiotte l’acqua proveniente dai due rami a monte, ma diviene impercorribile in uno stretto laminatoio). La prosecuzione verso SSE è invece costituita da uno pseudomeandro, lungo una sessantina di metri con pareti verticali molto alte, largo in media 70-80 cm. I fianchi della diaclasi sono irregolari, in parte ricoperti da argille plastiche che qua e là nascondono piccoli depositi di clasti eterogenei di dimensioni centimetriche, arrotondati e parzialmente orientati, in parte “puliti” da veli d’acqua che mettono in evidenza lamine di selce nerastra molto alterata e friabile.

Un brusco cambio di direzione, verso W, e di pendenza, prelude ad un angusto e stretto passaggio orizzontale, costantemente bagnato da piccole  polle d’acqua di ristagno alimentate dallo stillicidio. (strettoia “Puciowski” ).

Segue quindi un lungo scivolo di interstrato (il “Toboga”) con pendenza costante (35°-40°) dove, sugli strati a tetto, sono conservati rostri di belemnite silicizzati. Un vano a sezione più ampia ( “Sala del Gasteropode” ) sormontato da un camino che sversa uno stillicidio presente anche in condizioni molto siccitose, e caratterizzato da plastici d’argilla e clasti eterometrici di crollo, presenta una depressione sul pavimento che conduce a tre successive verticali di circa 5 m ciascuna, a sezioni semicircolari ellittiche, formatesi per erosione inversa lungo la discontinuità.

Dalla base dell’ultimo salto, una stretta e sinuosa diaclasi ad asse inclinato, porta ad un terrazzino sospeso che si affaccia su una verticale di circa 14 m impostata su evidente faglia con andamento NNW-SSE. Dalla sommità dell’anzidetta faglia, in direzione NNW,  uno stretto ed impercorribile cunicolo “L’idrante”, a seguito di eccezionali precipitazioni , convoglia una notevole portata d’acqua (buona parte proveniente dalla diramazione attiva del “Quadrivio” di cui si è già detto) che innesca una forte cascata.

La galleria originata dalla frattura in oggetto costituisce il tratto terminale della prima parte della grotta e ne rappresenta  anche uno dei rari percorsi di dimensione relativamente ampia. Essa raggiunge la quota di -200 m rispetto all’ingresso e si spalanca su un bellissimo pozzo a gradoni (“Scala Celeste”) per un dislivello totale di 53 m. L’attività idrologica di tale prima parte della cavità è assai limitata in condizioni  meteorologiche esterne siccitose, costituendosi di stillicidi che alimentano piccole pozze sparse.

Viceversa, a seguito di precipitazioni, si attivano sversamenti da fessure della roccia e da alcuni camini, alimentando un rivo la cui presenza non è peraltro continua in quanto l’acqua viene talvolta catturata dal detrito, per ricomparire più a valle (segnatamente assorbita al  “Quadrivio”,  per ricomparire, come già accennato, dal cunicolo alto  della galleria che precede la “Scala Celeste”). Quivi ricomparso, il ruscellamento si getta a cascatella nella grande verticale intralciando gravemente, o rendendo impraticabile la progressione. Per ovviare a tale inconveniente si è applicato in modo provvisorio alle pareti del primo pozzo della “Scala Celeste” un tubo di plastica del diametro 10 cm che trasferisce l’acqua dal percorso di transito alla parete laterale.

In condizioni di pluviometria molto elevata, lo scorrimento idrico è già sensibile alla prima verticale dopo l’ingresso ed aumenta sempre più per le immissioni laterali per divenire imponente al “Quadrivio”, oltre il quale la progressione è ancora consentita grazie all’assorbimento dell’intera portata da parte della diramazione impercorribile più ad Ovest. Tuttavia non è possibile raggiungere la “Scala Celeste” per il ricomparire del flusso idrico, come già descritto, ciò che rende definitivamente intransitabile il successivo percorso.

Il secondo tratto di grotta  inizia con l’anzidetta verticalizzazione su pozzo a gradoni (22+9+5+17 m) ed il passaggio litologico dal  “Calcare Selcifero Lombardo” alla sottostante “Dolomia a Conchodon” che si compie circa 3 metri sotto l’orlo della prima balza.

Negli strati basali del calcare sono presenti due importanti livelli fossiliferi nettamente distinti. Quello superiore stratigraficamente ha uno spessore assai limitato (10 cm circa) appare di colore rossastro-ocraceo e ad una osservazione macroscopica sembra composto quasi esclusivamente da ammoniti del genere Arietites. Quello inferiore, più potente (30-40 cm circa), contenuto in un pacco di strati calcarei di transizione di colore grigio-azzurrastro, in apparente concordanza stratigrafica con la dolomia sottostante, è composto da una fauna mista a brachiopodi, crinoidi, coralli e ammoniti. Da qui la morfologia della grotta cambia drasticamente; le pareti del pozzo presentano colore da bianco grigiastro leggermente azzurrato, al bianco nocciola anche intenso, e sono formate da potenti bancate di dolomia poco distinguibili, intensamente fratturate e cementate da calcite traslucida abbastanza pura che sporge dalla massa rocciosa con un fitto reticolo di lamine e fogliettature taglienti. Le sezioni orizzontali delle prime tre balze sono ellittiche, allungate nel senso della frattura e, in profondità, con pareti che si allontanano leggermente a “campana”.

L’ultima balza, attraverso due distinte vie e finestre , si affaccia su un salone semicircolare di grandi dimensioni (m 30×50 circa) che  è stato dedicato a Galileo Galilei e la cui genesi è ricollegabile all’incontro di una serie di faglie (N-S, N 70°, E-W , NNE-SSW) con numerose dislocazioni minori, ravvicinate ed aventi diverse direzioni

Queste convogliano in un unico punto più vene d’acqua che hanno innescato nel litotipo dolomitico una serie di fenomeni clastici e dissolutivi favoriti dalla sua intensa e minuta fatturazione, provocando il progressivo approfondimento del pavimento, ora cosparso e celato dal grande caos di blocchi. L’asse maggiore del “Salone Galileo”  è approssimativamente orientato NE-SW; sul lato a monte, in direzione NE, si stacca una grande via fossile con molti scavernamenti laterali alla base della parete N, semicolmati da materiale sciolto argilloso-marnoso deposto in tappeti e cumuli irregolari, parzialmente coperti da leggere croste concrezionate.

La base del salone (più volte usato come campo di pernottamento intermedio durante le spedizioni al fondo) si trova a circa -250 m rispetto all’ingresso, rappresenta il limite inferiore della seconda parte della grotta e riceve, da una cengia posta circa 14 m più in alto nel lato E del salone, una cascatella che si riduce a stillicidio in periodi molto siccitosi (“Cascata Inferno”).

Essa, attraverso puntuali osservazioni su perdite di acqua potabile, notate nel febbraio 1994, attraverso la Grotta di Cima Paradiso, ha segnalato, fin da allora, il collegamento esistente tra le due grandi cavità. Da quei tempi, ciò ha indotto a cercare attraverso risalite i collegamenti verso la Grotta di Cima Paradiso ed altre grotte vicine, potenzialmente rappresentanti un unico grande complesso : una arrampicata in artificiale ha portato a raggiungere la cengia sversante acqua, ma purtroppo la via trovata è poi risultata bloccata su strettoie attraversate dal rivo e da una sensibile corrente d’aria. Ulteriori risalite effettuate dal salone Galileo hanno sempre portato a passaggi impercorribili. Sul lato NE del Salone Galileo si apre la “Galleria del Faglione” , impostata lungo  faglia NNE-SSW conducente alla base di un grosso camino , risalito nel dicembre 2004 , per il quale si rimanda alla trattazione a parte per l’importantissimo ritrovamento della via di collegamento con la grotta “Via Col Vento”.

Viceversa, sul lato sinistro, superato un riempimento di argilla, si entra in una ampia galleria, caratterizzata dalla presenza, sul pavimento, di innumerevoli piccole ossa e crani di pipistrelli. Da lì  tutte le possibili prosecuzioni verso N sono occluse da imponenti riempimenti di argilla, mentre  verso S un laminatoio molto basso (1 m circa), ma largo anche oltre 20 m, si dirige (chiudendo in modo impraticabile) verso il “Salone Galileo” .

La terza parte della grotta ha inizio da una evidente frattura verticale che si apre nella parete di fondo del  Salone Galileo, in prossimità della “Cascata  Inferno”. La via in effetti retrocede lungo un percorso che contorna il lato S del salone, il quale si approfondisce ancora sotto il caos di blocchi, e si presenta  riccamente concrezionata con bianchi crostoni parietali associati ad abbondanti stalattiti e stalagmiti (“Via Lattea”).

Tale ramo , attraverso frane e laminatoi , ricollega in più punti con il salone ed una di queste connessioni, attraverso un passaggio tra i massi, viene  attualmente preferita per la progressione più agevole e breve. Entrambe portano ad un secondo salone di crollo, caratterizzato da blocchi molto frantumabili e dalla presenza abbondante di marne verdastre , ulteriormente ricollegante col “Salone Galileo”  attraverso un finestrone a circa 10 metri di altezza seguito da un passaggio sotto grossi massi.

La prosecuzione verso valle avveniva, fino al 1997, attraverso la via attiva , lungo uno stretto e disagevole passaggio fra massi instabili  (“Aquafresh”), irrorati dallo sfrangiarsi dell’acqua.

Poi, per la continuativa erosione dell’acqua , si è verificato un crollo che ha reso più pericoloso il transito.

Ciò ha spinto i gruppi FSV a trovare, attraverso mesi di disostruzione tra le frane SUD di questo salone, una via alternativa all’asciutto molto più sicura.

Il pesante lavoro è stato coronato da successo con l’apertura di un “By-Pass” che collega il Secondo Salone con il ramo attivo, in corrispondenza della “Concrezione Rierosa” (stupenda concrezione parietale alta circa 3 m, parzialmente rierosa e con la base ridisciolta dal rivo perenne proveniente da Aquafresh).

La tipica sezione trasversale della galleria successiva attesta il meccanismo classico di evoluzione a pelo libero di un tubo freatico che ha subito nel tempo una riduzione di portata, con la parte alta arrotondata e ricca di scallops.

Questa, approfondendosi, forma sul lato a monte una cengia sospesa sopra una stretta incisione verticale a “V” , gamba vadosa entro la quale scorre il ruscello che meandrizza poi verso W fino a due grandi sale (“Sala del Tè” e “Sala Verde”) separate da un possente diaframma roccioso che le lascia in comunicazione sia a N che a S.

Entrambi i vani presentano copiosi depositi marnosi verdastri e grigiastri e la roccia ha un colore grigio biancastro o nocciola chiaro a stratificazione non sempre distinguibile intercalata da giunti marnosi verdastri e verde scuro. La fatturazione è notevole e presenta superfici molto lisciate e lunghe striature biancastre di scorrimento, unitamente a bande milonitizzate e fogliette che testimoniano l’intensa “macinatura” tettonica subita dalla roccia (probabilmente “Dolomia del Campo dei Fiori”). Nella “Sala Verde” , in particolare, i depositi di materiali clastici autoctoni formano un grande accumulo di frana inclinato e instabile. Oltre le sale l’andamento ritorna zigzagante, scendendo con inclinazione abbastanza costante (25°-30° circa), in apparente accordo con la pendenza media degli strati, lungo una stretta incisione parzialmente meandrizzata, ove per brevi tratti si segue il ruscello, altrimenti approfonditosi in percorsi stretti e intransitabili. La direzione media di tale zona (“Canale di Marte”) si mantiene intorno a S-SE.

Alla profondità di circa -350/-360 m si presentano due pozzetti circolari (“Acquario” e “Pozzo Biforo” ) : alla base del secondo, profondo circa 10 m, si innesta dal versante destro un ramo laterale (“Ramo Ovest del Biforo”).

Diverse vie fossili si intersecano in questa zona, consentendo di by-passare i percorsi attivi sopradescritti reticolandone anche i tratti, nonché di evitare gli stessi due pozzetti.

Il già citato “Ramo Ovest del Biforo” è attivo e meandrizzante, dopo alcune strettoie e risalite (di cui alcune armate), incontrando cascatelle e piccole sale, nonché due sale di crollo,termina ad una frana (“Vento Perso”) attraversata dall’acqua e da corrente d’aria verso bocca calda, che costituisce il presente limite esplorativo di tale diramazione.

Invece, a valle del “Pozzo Biforo” e della confluenza dei due rivi, l’acqua scompare in una strettoia intransitabile per poi ricomparire  a valle di un percorso aggirante (attraverso vani fossili cosparsi di veli argillosi e fragili massi alterati e instabili) più alto.

In uno di questi vani fossili si innesta una diramazione secondaria “Ramo del Piedone”,idrologicamente attiva di discrete dimensioni,attualmente bloccata da frana con sensibile giro d’aria verso bocca calda.

Successivamente il percorso si fa più ampio e “pulito” per l’erosione ed il dilavamento dell’acqua che si segue quasi costantemente, comprendente anche un critico passaggio angusto e allagato (“Bocche di Bonifacio”) evitabile transitando per una sopraelevata strettoia, aperta artificialmente, cui segue un’altra strettoia asciutta (“Bocca di Magra”) ed un cunicolo che sfocia su un terrazzino sospeso su una bella pozza contornata da concrezioni (“Balcone al Lago”). In questa zona si evidenziano notevoli e profonde marmitte, alcune sfondate e coalescenti, mentre tratti della volta sono cosparsi di scallops e marmitte inverse, anche di significative dimensioni. Da tempo queste parti attive non vengono più percorse, per il ritrovamento di una notevole galleria tettonica fossile con depositi di argille, che le supera dall’alto  (“Galleria del Vetraio”), ove, in corrispondenza di un idoneo allargamento, è stato allestito un campo (a circa -400 m), molto utile per le esplorazioni in profondità. Il ricongiungimento tra le due vie descritte avviene immediatamente a monte della “Curva Ghiotto” , riconoscibile per la presenza di tane scavate nel sedimento, con rimasugli di pasto.

In corrispondenza della curva si innesta il “Ramo Ferroso”, meandro di modeste dimensioni con evidenti morfologie freatico-vadose che, dopo una sessantina di metri, termina in fessure impercorribili.  Alcune decine di metri dopo la “Curva Ghirotto”, superate due belle marmitte attive, si apre la “Sala Belvedere”, ricca di concrezioni stalattitiche variamente colorate e colate mammellonati, vaschette tappezzate di piccoli cristalli di calcite e minuscole eccentriche, il tutto generato da veli d’acqua che fuoriescono da giunti di strato e da una stretta ed alta frattura laterale.. A valle il meandro prosegue approfondendosi con regolarità e percorso meno tortuoso, in un tratto si è conservato l’originario laminatoio d’interstrato a soffitto piatto fortemente lavorato dall’acqua, mentre i fianchi conservano le tracce dei vari livelli di erosione ed il fondo mostra l’incisione stretta e profonda del deflusso vadoso.

In questa parte di grotta si rileva spesso la sovrapposizione alla “giovane” via attiva (di modeste dimensioni ed andamento meandreggiante) della più vecchia via fossile, di grandi dimensioni, alterata dai fenomeni di crollo.

In uno dei punti di collegamento tra le due vie è presente una grande colata rossastra che ha completamente ricoperto uno sperone roccioso, conferendogli l’aspetto di una medusa.

Sul soffitto della via fossile sono visibili magnifici livelli fossiliferi  composti da Conchodon e Pecten.

Le due vie confluiscono (per un breve tratto) poco prima di un pozzo di 4 m discendibile in libera (“Pozzo del  Conchodon”) , seguito a breve distanza da un secondo pozzo di 5 m, prima del quale  la soprastante e separata galleria fossile termina in frana.

Il terzo tratto della grotta termina in una grossa frana di massi ed argilla che inghiotte l’acqua tra il detrito di fondo e che ha fermato per quasi due anni la progressione, ottenuta infine attraverso un faticoso e penoso lavoro di disostruzione che ha permesso di aprire  uno stretto e tortuoso passaggio tra i massi instabili. Due modesti affluenti entrano nella via attiva poco prima della frana attraverso una finestra ed un’adiacente camino. La portata totale di magra del rivo inghiottito tra i sassi non scende sotto 2 l/sec circa, neppure dopo lunghi periodi siccitosi invernali.

La quarta ed ultima parte della grotta inizia da un’angusta via fossile (“Meandro dei Magi”) in quanto la via attiva si è persa sul fondo della frana, impraticabilmente. Percorsa qualche decina di metri, il meandro può essere anche risalito, raggiungendo un’ ampia galleria fossile, la quale però risulta bloccata a monte da frana e pertanto il passaggio attraverso la disostruzione anzidetta risulta tuttora l’unico percorso possibile. Verso valle invece, sia la stretta e sinuosa diaclasi meandreggiante, sia la sua ampia via fossile soprastante, sbucano nella “Sala Cinquecento” che si trova a circa -500 m di profondità rispetto all’ingresso. Successivamente parte un grande meandro fossile  in costante pendenza,(“Galleria del Mango”, così chiamata per la presenza di una grande concrezione a forma del frutto) cosparso di grandi massi di crollo ricoperti di argille plastiche e crostoni concezionali, fino ad un brusco cambio di direzione ed una piccola verticale seguita da un meandro semiallagato a forma sub triangolare. La verticale ed il successivo meandro sono evitabili con un traverso in parete che porta ad intercettare il medesimo ramo attivo poco più a valle nella sala “Bocca di Nettuno”.  Da questa sala parte un breve e stretto ramo inferiore terminante su sifone da cui proviene un rivolo perenne con portata di magra non inferiore a 0,5 l/sec anche dopo lunghi periodi siccitosi. Da qui il percorso si sviluppa quasi sempre attraverso due vie, una alta, fossile e di dimensioni talvolta notevoli, ed una inferiore, attiva, non sempre sovrapposte tra loro ma comunque in comunicazione in più punti. La via attiva alterna parti fortemente incise e meandrizzanti, ricche di scallops e grandi marmitte di erosione, con parti ampie e subpianeggianti dove risaltano numerose bellissime colate parietali di calcite bianchissima , associate a colonne, drappi di stalattiti e stalagmiti (vedi foto “Bocca di Squalo” e “Simbolo”), eccentriche (i “Cavatappi”). Soventemente queste concrezioni risultano  allineate lungo le numerose fratture che interessano pareti e soffitti dalle quali percola un continuo stillicidio.

La via fossile è spesso molto ampia, con tetto di strato e pavimento composto da grossi massi di crollo,  presenta percorsi esposti e molto scivolosi per imponenti sedimenti di  argilla plastica.

Un successivo By-pass alto (passando in ambienti stretti tra incantevoli concrezioni,dopo una verticale armata) permette di evitare un altro  meandro semi allagato.

Le successive gallerie sono molto concrezionate, dopo una verticale di 2 m ed il successivo laghetto, una diramazione a sinistra permette di raggiungere la bellissima “Sala Bianca”.

Dopo un continuo alternarsi di percorsi N-S e W-E con altrettanti cambi di morfologia si giunge all’ennesimo By-Pass su via fossile che, dopo una finestra ed una piccola verticale,  conduce alla “Sala delle Finestre”.

Qui si incontra di nuovo la via attiva, ed un’altra modesta venuta d’acqua da una delle finestre a circa 3m di altezza.

Un lungo meandro caratterizzato da parte sommatale di origine freatica e successiva gamba di approfondimento a regime vadosa alta mediamente oltre 10 m, si affaccia ad un bel pozzo a cascata, profondo 13 m circa, attraverso il quale il corso d’acqua precipita, sfrangiandosi, dentro una sala di discrete dimensioni sovrastata da un alto e grande camino che sembra celare la connessione con una galleria soprastante.

La stessa sala  risale verso l’alto sul lato opposto rispetto al pozzo, in forte pendenza tra grossi blocchi rocciosi di frana e argilla, mentre la prosecuzione verso il basso procede  sotto la frana (che si aggira nel primo tratto a destra). Una piccola verticale immette nella “Sala dei Calanchi” ricca di magnifici depositi di sabbia rierosa che evidenzia la stratigrafia di sedimentazione. Anche in questa sezione si rileva un percorso fossile soprastante, con estesi fenomeni di crollo ed una via attiva nella quale  sono presenti concrezioni eccentriche “Stalagmiti Eccentriche”. Il tutto termina nelle sale “FSV” che sono ricoperte di sabbia finissima, testimone di trascorsi allagamenti, ove la galleria immerge in laminatoio e frana di massi fittamente fratturati e instabili che inghiottono l’acqua e dalle quali filtra una forte corrente d’aria che segnala una prosecuzione ancora inesplorata. Solo pochi “audaci” hanno tentato di avventurarsi sotto questo “caos instabile” giungendone quasi al termine, ma senza poter muovere nulla, per non restare imprigionati irrimediabilmente sotto un imponente crollo.

La meteorologia della cavità, massimo ipogeo del Monte Campo dei Fiori è trattata a parte, unitamente a quella delle grotte insistenti sulla medesima area. Dal punto di vista geologico, le formazioni attraversate dall’evento carsico sono tre. Il “Calcare Selcifero Lombardo” (Calcare di Moltrasio) che si rinviene dall’ingresso fino alla profondità di circa -200 m, formazione liassica (Giurassico Inf.), nella quale si susseguono strati a spessore irregolare, da centimetraci a decimetrici, contenenti noduli, lenti o liste di selce nerastra che percentualmente può raggiungere anche il 20-30% dell’intera roccia, associata anche a lamine di ricristallizzazione calcitica e noduli di ossidi ferrosi (nicchie limonitiche). Il contenuto paleontologico mostra la presenza soprattutto di crinoidi e bivalvi diffusi nel calcare con discreta regolarità ed una subordinata fauna ammonitica in strati marker e livelli preferenziali.

I successivi tratti di grotta, da -200 m fino al fondo, si articolano dentro la “Dolomia a Conchodon”, superiormente, e la “Dolomia del       Campo dei Fiori”, inferiormente, formazioni rocciose entrambe retiche, differenziate principalmente dalla stratificazione, massiccia per la prima e più fittamente e variamente suddivisa per la seconda. Inoltre la “Dolomia a Conchodon” è formata da calcari puri fossiliferi, con colori dal bianco, al verde, al rosa, al nocciola, mentre la “Dolomia del Campo dei Fiori” , pur conservando un buon contenuto fossilifero varia stratigraficamente e percentualmente da Dolomia Calcarea a Calcare Dolomitico.

La sua colorazione ha una gamma di tonalità meno ampia, variando dal grigio al nocciola molto chiaro, alternata da giunti marnosi verdastri, bluastri o giallastri.

Giugno 2005
Rascellà Edoardo , Rivolta Gian Paolo , Sainaghi Riccardo